“Il sindacato non ha saputo proteggere il suo spazio e ha perso terreno nel momento in cui ha accettato l’idea che la contrattazione collettiva divenisse strumento di concorrenza economica, anziché di rivendicazione di diritti sui quali costruire il progresso della società, di strumento per realizzare, a valle di dure negoziazioni, percorsi di politica industriale, dallo stesso sollecitati al governo di turno”
Siamo sicuri che il primo maggio sia (ancora) percepito come la Festa dei Lavoratori e non solo come un giorno di festa dal lavoro? Io credo di no, specialmente fra i più giovani (non do loro nessuna colpa sia chiaro, mi limito a constatare senza moralismi) non è attribuita alcuna sacralità a questa festa per il semplice motivo che, in loro, è diversa la percezione che si ha del lavoro e, con esso, della propria natura di lavoratore e lavoratrice o futuri tali.
Bene, motivo in più per festeggiare i lavoratori e con loro mettere al centro il tema del lavoro, che per le nuove generazioni, stando ai dati del report FragilItalia di Ipsos e Lega Coop, è in coda ai propri interessi, percepito “solo” come strumento di reddito per fare altro nella vita, qualcosa di impensabile per i nostri padri e nonni.
Del lavoro, v’è da dire, si persa la dimensione culturale, etica e sociale intesa come struttura attorno alla quale costruire l’identità della persona e con essa della società, insomma le fondamenta dell’ascensore sociale, che infatti si è bloccato.
Del resto, sono gli anni in cui l’economia è (o quantomeno pare, così raccontano i social) mossa prevalentemente da redditi da capitale che non da quelli provenienti dal lavoro, ingenerando sul piano del comune sentire l’idea che per vivere, forse, non serva più lavorare, con tutto ciò che comporta (faticare, anche fisicamente, studiare, impiegare tempo per apprendere, poi saper fare e infine intraprendere, eccetera), bensì sia più utile “investire” così che il denaro procuri altro denaro e così via (ma poi investire cosa? Denari provenienti da dove? Dalla generazione precedente? Ma ciò può valere solo per una minima parte che gode di tale fortuna, non certo per la totalità).
Hanno ragione Elsa Fornero e Nicola Saldutti dalle pagine de la Stampa e del Corriere della Sera, spiegare le ragioni alla base delle contraddizioni del lavoro nel nostro Paese, pure se osservate da una prospettiva più larga, mondiale, non è cosa semplice, tutt’altro. La situazione pare andar bene, meglio che negli anni passati e sono dati, incontrovertibili, a significare che la direzione è confortante; eppure, i dati sulla crescita occupazionale, per quanto positivi, direi da record, non risolvono una inoccupazione italiana doppia rispetto a quella europea, così come la piaga della inattività dei giovani che dal lavoro paiono allontanarsi sempre più, e la scarsità di lavoratori in alcune aree del paese.
Tutte queste contraddizioni, unite alla bassissima produttività italiana ed alle dinamiche salariali al ribasso ci restituiscono l’immagine di un paese con sintomi diffusi di un malessere profondo, di cui è difficile fare una diagnosi e trovare una cura (e smettiamola di dare la colpa al Governo, non è onesto, questo è un trend che va avanti da anni, si dica che almeno a questo giro le cose funzionano meglio).
Gli anni dei sussidi a profusione e del reddito di cittadinanza sganciato da percorsi di recupero finalizzati al lavoro hanno lasciato il segno, di fatti bruciando un tempo prezioso in un sistema economico che corre veloce, in cui quella enormità di risorse avrebbe potuto essere investita a vantaggio di ben altre progettualità, più concrete, meno divisive e, soprattutto, funzionali a riportare al centro l’idea del lavoro come strumento di produzione di reddito.
Il mondo dei nostri padri era più semplice, la crescita dei consumi aumentava la produzione che a sua volta sollecitava la domanda di occupazione e questa attivava le grandi battaglie per i diritti, anche salariali, portate avanti da confederazioni sindacali autorevolmente presenti nel terreno sociale e politico, partecipate.
Questo meccanismo lineare, non perfetto, a tratti disfunzionale ma tutto sommato affidabile nel tempo, si è rotto, ed oggi le sollecitazioni sono assai di più in uno scenario nel quale gli attori protagonisti non sono più sindacati e associazioni datoriali ma il mercato. Il sindacato non ha saputo proteggere il suo spazio ed ha perso terreno nel momento in cui ha accettato l’idea che la contrattazione collettiva divenisse strumento di concorrenza economica, anziché di rivendicazione di diritti sui quali costruire il progresso della società, di strumento per realizzare, a valle di dure negoziazioni, percorsi di politica industriale, dallo stesso sollecitati al governo di turno.
È così che ha perso via via rappresentatività, risultando oggi ridotto, diviso, scarsamente incidente, tentato da una linea movimentista molto presente sulla scena politica ma assai meno in quella produttiva, scegliendo di abiurare all’azione rivendicativa rischiando di auto condannarsi alla irrilevanza. Uno scenario rischioso, sul quale occorre riflettere, poiché un sindacato debole è come un’opposizione debole, incapace di offrire spunti e di migliorare l’altra parte e chi ne soffre è il paese.
Ecco perché occorre riflettere sul lavoro nella sua dimensione culturale, e cercare risposte in strumenti più complessi che superino l’immediatezza degli incentivi e puntino sullo sviluppo della formazione, mediante il riavvicinamento tra scuola e lavoro, università e professioni, garantendo un accesso libero anche alle risorse finanziarie utili per pagarli questi percorsi, spesso preclusi alle famiglie.
Solo così possiamo sperare nella riattivazione dell’ascensore sociale, ridando alla società la dimensione realizzativa del lavoro, la sua umanità e capacità di essere strumento di crescita personale e non di sola, spesso stentata, sopravvivenza. Alla fine si finisce sempre lì, al tema della cultura collettiva. Vorrà pur significare qualcosa.
